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Domani è tardi

Marziale

Un’altra riflessione (questa è di Marziale) sul carpe diem.

 

Giulio, che non sarai secondo mai

ad altri amici – se una lunga stima

e diritti già antichi hanno valore –

ti si avvicina già l’anno in cui conti

sessanta consolati e la tua vita

prevede un numero scarso di giorni.

Fai male a rinviare tante cose

che ti potrebbero essere negate,

solo quello che fu puoi dirlo tuo.

T’aspettano fatiche senza fine

e malanni, le gioie non rimangono,

fuggitive via volano.

Prendile con due mani, a tutta forza

abbracciale: ti scivolano via

eludendo ogni stretta. Credi a me,

dire: <<Vivrò>> non è savio, domani

sarà tardi per vivere: vivi oggi.

(Marziale I,15)

 

Testo originale

I, 15

O mihi post nullos, Iuli, memorande sodales,

Si quid longa fides canaque iura valent,

Bis iam paene tibi consul tricensimus instat,

Et numerat paucos vix tua vita dies.

Non bene distuleris videas quae posse negari,

Et solum hoc ducas, quod fuit, esse tuum.

Expectant curaeque catenatique labores,

Gaudia non remanent, sed fugitiva volant.

Haec utraque manu conplexuque adsere toto:

Saepe fluunt imo sic quoque lapsa sinu.

Non est, crede mihi, sapientis dicere ‘Vivam’:

Sera nimis vita est crastina: vive hodie.

 

 

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A Taliarco

Orazio

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
al suo peso, i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.
Sciogli questo freddo, Taliarco,
e legna, legna aggiungi al focolare;
poi senza calcolo versa vino vecchio
da un’anfora sabina.
Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema piú nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.
Smettila di chiederti cosa sarà domani,
e qualunque giorno la fortuna ti conceda
segnalo tra gli utili. Se ancora lontana
è la vecchiaia fastidiosa
dalla tua verde età, non disprezzare, ragazzo,
gli amori teneri e le danze. Ora ti chiamano
l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera,
il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore,
il pegno strappato da un braccio

o da un dito che resiste appena.


Orazio Odi, I,9

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo originale

 

 

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
silvae laborantes, geluque
flumina constiterint acuto?
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Quid sit futurum cras fuge quaerere et
quem Fors dierum cumque dabit lucro
appone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et Campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.

 

 

 


 

 


 

 

 

 

 

 

Rapidi fuggono gli anni

Orazio

Ahimè Postumo, rapidi, Postumo,
fuggono gli anni e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
la vecchiaia, il confronto con la morte,
anche se t’illudessi per tutta la vita,
amico mio, di strappare con offerte
senza fine una lacrima a Plutone:
fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili, quelle onde
che chiunque viva su questa terra,
dal piú povero al piú potente, tutti
noi siamo destinati a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange l’urlo del
mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi. Conosceremo il fiume della
morte,
il suo vagare inerte, opaco e le figlie
maledette di Danao e Sísifo
incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi, la casa, la donna
che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno, se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone cosí effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso, che sfida le cene
dei pontefici, bagnerà la terra.

 

 

 

 

Orazio Odi, II, 14

 

 

 

 

 

Testo originale

 

 

Eheu fugaces, Postume, Postume,
labuntur anni nec pietas moram
rugis et instanti senectae
adferet indomitaeque morti:
5 non si trecenis quotquot eunt dies,
amice, places illacrimabilem
Plutona tauris, qui ter amplum
Geryonen Tityonque tristi
compescit unda, scilicet omnibus,
10 quicumque terrae munere vescimur,
enaviganda, sive reges
sive inopes erimus coloni.
Frustra cruento Marte carebimus
fractisque rauci fluctibus Hadriae,
15 frustra per autumnos nocentem
corporibus metuemus Austrum:
visendus ater flumine languido
Cocytos errans et Danai genus
infame damnatusque longi
20 Sisyphus Aeolides laboris;
linquenda tellus et domus et placens
uxor, neque harum quas colis arborum
te praeter invisas cupressos
ulla brevem dominum sequetur.
25 Absumet heres Caecuba dignior
servata centum clavibus et mero
tinguet pavimentum superbo,
pontificum potiore cenis.

Vivere bene il tempo

Seneca

Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quello che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene.


Seneca, Epist. ad Lucilium I, 2-3


Testo originale

In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult.

Il presente è breve

Getta via tutto, quindi, e tieni ferme solo queste poche cose, e ricorda anche che ciascuno vive solo questo presente, incommensurabilmente breve: il resto è già stato vissuto o è avvolto nell’incertezza. È poca cosa, quindi, ciò che vive ciascuno, ed è poca cosa il cantuccio della terra in cui vive; e poca cosa è anche la più duratura fama postuma: questa fama trasmessa da una generazione all’altra di omuncoli che in un attimo sono morti, e che non conoscono neppure se stessi, figurarsi poi chi è già morto da tanto tempo!

Marco Aurelio, A se stesso III, 10

Testo originale

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Carpe diem

Tu non cercare di sapere,

è sacralmente vietato saperlo,

quale destino gli dei abbiano assegnato

a me e quale a te, Leuconoe,

 

e smettila di interrogare i calcoli babilonesi.

Quanto è meglio sopportare

ed accettare qualunque cosa accadrà!

Sia che Giove ci conceda di vivere molti altri inverni,

o solo quest’ultimo, che ora stanca il Tirreno

infrangendolo contro le opposte scogliere:

sii saggia, filtra i vini e nel breve spazio

della vita tronca la lunga speranza.

Mentre parliamo, ecco il tempo geloso sarà già fuggito.

Afferra il giorno che passa, fida il meno che puoi nel domani.


Orazio – Carmina, I, 11


 

 

 

 

Testo originale

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi

finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios

temptaris numeros. ut melius, quidquid erit, pati.

seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,

quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare

Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi

spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem quam minimum credula postero.



Traduzione in inglese


Do not inquire, we may not know, what end

the Gods will give, Leuconoe, do not attempt

Babylonian calculations. The better course

is to bear whatever will be, whether Jove allot

more winters or this is the last which exhausts

the Tuscan sea with pumice rocks opposed.

Be wise, decant the wine, prune back

your long-term hopes. Life ebbs as I speak –

so seize each day, and grant the next no credit.


 

Giovinezza e vecchiaia

Che vita mai, che gioia senza Afrodite d’oro?
Ch’io sia morto quando più non mi stiano a cuore
l’amore segreto, i dolci doni e il letto:
questi sono i fiori della giovinezza, desiderabili
per gli uomini e le donne. Quando poi dolorosa sopravviene
la vecchiaia, che rende l’uomo turpe e cattivo,
sempre nell’animo lo corrodono tristi pensieri;
e di vedere i raggi del sole non gioisce,
ma è odioso ai ragazzi e in dispregio alle donne:
così penosa fece il dio la vecchiaia.

Mimnermo fr. 7 Gent. – Pr

Testo originale

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